La politica energetica antieuropea del Governo Berlusconi

Il Consiglio europeo del 16 ottobre ha confermato tempi ed obiettivi del Pacchetto Clima e
Energia, ma l’Italia continua a chiedere più flessibilità sugli obiettivi e soprattutto di
realizzare gli interventi all’estero, condannando il Paese a un ruolo marginale nel processo di
innovazione energetica promosso dall’Unione Europea.

Nel governo italiano si cumulano la protervia liberista e l’arretratezza culturale dei fondamentalisti dell’industrialismo e dell’economicismo: un mix pericolosissimo, devastante per l’ambiente e per le stesse economia e industria, che avrebbero moltissimo da guadagnare dalla svolta ecologista (più lavoro, almeno un milione di posti nuovi nell’Ue, più sviluppo non dissipativo e distruttivo di risorse, radicale e innovativa svolta tecnologico-scientifica, e naturalmente più pulizia e meno patologie ambientali).


Ma il governo italiano attuale è il figlio diretto di una situazione sociale, culturale e politica che fa dell’Italia d’oggi la più paludosa e arrugginita e malmostosa nazione dell’Europa occidentale, in piena involuzione e regressione. Di questa Italia sono un prodotto sia il fallimentare governo Prodi sia il governo Berlusconi (e la sua esangue e subalterna opposizione). Mentre, però, nel governo Prodi si confrontavano spinte contraddittorie (pur senza che la parte innovativa riuscisse a convincere e a imporre un’agenda diversa, e infatti nessuna svolta è venuta, neanche nello stesso campo ambientale ed energetico, e infine il centrosinistra è stato travolto), nell’attuale maggioranza di destra gli animal spirits del peggiore capitalismo contemporaneo, il più maneggione, il più torvo, il più culturalmente arretrato, il più fascistoide perfino, sembrano totalmente sbrigliati. Se c’è un terreno in cui questa assenza di lungimiranza unita alla foia arraffatrice di profitto purchessia, è proprio quello ambientale.

Presentato dalla Commissione europea lo scorso gennaio, sulla base di obiettivi fissati dal Consiglio europeo
nel marzo del 2007, la cosiddetta direttiva 20-20-20 (– 20 % di emissioni Co”, + 20 % di efficienza energetica, + 20 % di energia da fonti rinnovabili) è uno strumento determinante per tentare di
invertire la rotta dei cambiamenti climatici. Nel 2007 l’Ipcc, che raggruppa oltre 2000 scienziati ed
esperti dei cambiamenti climatici ha avvertito i paesi industrializzati che se non ridurranno almeno
del 30 per cento entro il 2020 le emissioni di gas a effetto serra il pianeta potrebbe subire
conseguenze irreversibili.

Con le sue minacce di veto, le sue richieste di ritardare l’approvazione del pacchetto e di
riconsiderare gli obiettivi, l’Italia è rimasta isolata all’interno dell’Unione europea. Come ha
confermato la decisione del Consiglio europeo del 16 ottobre, gli obiettivi del 20-20-20 sono oramai
acquisiti così come l’iter preferenziale per approvare il pacchetto con la massima urgenza.
Ancora oggi però per il governo italiano l’obiettivo è uno solo: quello di ottenere maggiore
flessibilità all’interno delle misure previste. Il Governo chiede di eliminare qualsiasi obiettivo
temporale intermedio fino al 2020, in modo da evitare controlli e sanzioni.

A poco più di un anno al cruciale appuntamento con la conferenza
sul clima di Copenaghen e in un momento particolarmente delicato per le trattative, il governo
Berlusconi sta facendo di tutto per indebolire gli obiettivi che l’Unione europea vuole fissare
attraverso il pacchetto energia e clima per il 2020: la riduzione del 20-30 per cento dei gas serra, il
20 per cento in più di rinnovabili e un risultato del 20 per cento sul piano dell’efficienza energetica.
Due le false tesi sostenute dall’esecutivo per difendere il suo tentativo di far naufragare ogni
accordo: il pacchetto energia fisserebbe per l’Italia obiettivi troppo ambiziosi se non
irraggiungibili e i suoi costi sarebbero troppo elevati.
A) Le bugie sugli obiettivi
Al contrario di quanto afferma il governo, la Commissione europea ha già offerto all’Italia un
incredibile sconto sui nuovi target per il clima. Il regalo è stato garantito da Bruxelles grazie alla
scelta di fissare al 2005 invece che al 1990 l’anno di riferimento per i nuovi tagli dei gas a effetto
serra entro il 2020. Entro il 2020, secondo quanto stabilisce il pacchetto Ue, l’Italia dovrà ridurre le
proprie emissioni a effetto serra del 13 per cento rispetto ai livelli del 2005.
Un obiettivo che a conti fatti non solo risulta poco ambizioso ma addirittura meno
impegnativo dell’obiettivo fissato attraverso il protocollo di Kyoto per il 2012.
Nel 2005 il nostro paese, in controtendenza rispetto al resto dell’Europa, aveva infatti aumentato le
proprie emissioni di CO2 equivalente del 12,1 per cento rispetto al 1990 arrivando a riversare
nell’atmosfera 588 milioni di tonnellate di CO2 equivalente.
L’obiettivo del 13per cento in meno rispetto al 2005 fissato dalla nuova direttiva significa in termini reali che entro il 2020 l’Italia dovrà emettere non più 492 milioni di tonnellate di CO2 eq. rispetto ai 588 del 2005.
Il paradosso è che nel caso dell’Italia, questo obiettivo al 2020 è inferiore a quello fissato dal
protocollo di Kyoto al 2012, che prevede una riduzione fino ad arrivare a quota 485 milioni di
CO2 equivalenti.
B) Le bugie sui costi
La campagna mediatica va avanti da alcune settimane, il Governo italiano e Confindustria hanno
lanciato un grido di allarme sui costi del Pacchetto Clima per l’economia italiana. La spesa per il
nostro Paese, viene detto, è di circa 25-30 miliardi di euro l’anno. Il problema è che non solo
questi studi non sono ancora stati resi pubblici ma soprattutto che sono smentiti dalla stessa
Commissione europea secondo cui l’adeguamento alla direttiva 20-20-20 costerà all’Italia 8
miliardi di euro l’anno. I calcoli della commissione, resi noti nel gennaio 2008, si basano sui costi di investimento previsti per lo sviluppo di rinnovabili, abbattimento dei gas a effetto serra, efficienza energetica e sulla riforme strutturali del sistema elettrico necessarie, senza considerare però i benefici economici del pacchetto, che vengono stimati a parte.
A fronte dei 92 miliardi di spesa previsti per l’intera Ue, la Commissione stima anche un risparmio
di circa 50 miliardi di euro dovuta alla riduzione delle importazioni di gas e petrolio, e un risparmio
di 10 miliardi rispetto alle attuali spese per i danni prodotti dall'inquinamento atmosferico, senza
contare i benefici in termini di efficienza e ammodernamento industriale. Per l’Italia la
Commissione stima un risparmio di 7,6 miliardi l’anno nel taglio delle importazioni di idrocarburi e
di 0,9 miliardi di euro in meno nei costi per contrastare l’inquinamento. I costi effettivi pertanto
scendono fino a trasformarsi in un guadagno netto di 600 milioni di euro l’anno. Questo senza
contare i benefici di lungo termine sul piano dello sviluppo di un settore innovativo come quello
delle rinnovabili e di crescita occupazionale. Solo per citare un dato, in Italia il settore eolico, che
occupa 13.000 persone, potrebbe occuparne 66.000 se si rispettassero gli obiettivi al 2020. Inoltre
non bisogna dimenticare i costi che già oggi pesano sull’Italia per i ritardi nell’adeguamento al
protocollo di Kyoto. Da gennaio del 2008 fino al 2012 il mancato rispetto degli obiettivi fissati dal
protocollo peserà per almeno 7 miliardi di euro sulle spalle dei contribuenti.

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